Quattro vite in un weekend. È il momento del dolore, del silenzio e della riflessione
Ci sono giornate in cui parlare di tempi, classifiche, vittorie e sconfitte diventa semplicemente impossibile. Oggi è una di quelle giornate.
Quello che si sta chiudendo è uno dei weekend più bui e dolorosi che il motorsport italiano ricordi negli ultimi anni.
Quattro vite spezzate in meno di quarantotto ore.
Sabato, al Rally 1000 Miglia, uno spettatore di 63 anni ha perso la vita in seguito all’uscita di strada di una vettura in gara.
Oggi, domenica 6 settembre, il dolore è tornato a colpire. Prima al Rally Val d’Aveto, dove un navigatore ha perso la vita durante la competizione. Poi, poche ore dopo, alla Monte Erice, dove due giovanissimi spettatori di appena 18 e 20 anni sono morti in seguito all’uscita di strada di una vettura.
Quattro morti.
Quattro famiglie alle quali qualcuno ha dovuto dare una notizia che nessuno dovrebbe mai ricevere.
E attorno a loro piloti, navigatori, commissari, organizzatori, soccorritori, amici e appassionati che porteranno dentro ciò che è accaduto per molto, moltissimo tempo.
Oggi è prima di tutto il giorno del dolore. E del silenzio.
Ma proprio perché amiamo profondamente questo sport crediamo che, accanto al silenzio e al rispetto, debba esserci anche spazio per una riflessione. Non per trovare un colpevole. Non per emettere sentenze a poche ore dagli incidenti. Non per mettere sotto accusa il motorsport. Sarebbe ingiusto e sarebbe anche profondamente sbagliato.
Il motorsport di oggi non è quello di trent’anni fa
Negli ultimi decenni il mondo delle competizioni automobilistiche ha compiuto passi enormi sul fronte della sicurezza.
Le vetture sono diventate straordinariamente più sicure. I dispositivi di protezione degli equipaggi si sono evoluti. I percorsi vengono studiati, controllati e presidiati. Esistono piani di sicurezza, procedure, mezzi di soccorso, commissari, zone interdette e sistemi di comunicazione sempre più evoluti.
E lo dimostra anche un dato che troppo spesso dimentichiamo: ogni weekend assistiamo a incidenti anche estremamente violenti dai quali piloti e navigatori escono fortunatamente senza conseguenze gravi.
Questo non significa che il rischio sia scomparso. Non può scomparire completamente da uno sport nel quale automobili lanciate ad alta velocità percorrono strade nate per tutt’altro utilizzo e dove, soprattutto nei rally e nelle cronoscalate, la vicinanza tra competizione e pubblico rappresenta una delle caratteristiche più affascinanti ma anche più delicate. La sicurezza, quindi, non può mai essere considerata un risultato definitivamente raggiunto.
È un processo. Deve essere migliorata ogni giorno, dopo ogni gara e, soprattutto, dopo ogni tragedia.
Bisogna avere il coraggio di chiedersi sempre se qualcosa possa essere fatto meglio.
Da parte delle federazioni. Da parte degli organizzatori. Da parte dei commissari. Da parte degli equipaggi. Da parte di chi comunica questo sport. E anche da parte di noi spettatori.
Le parole di Paolo Grandesso
Proprio ieri, dopo quanto accaduto al Rally 1000 Miglia e prima che questa domenica rendesse ancora più drammatico il bilancio del weekend, Paolo Grandesso, appassionato e organizzatore di rally, ha pubblicato sui propri social una riflessione che riteniamo meriti di essere letta integralmente.
Parole che oggi, alla luce di quanto accaduto nelle ore successive, assumono un significato ancora più forte.
“La notizia della tragica morte di uno spettatore avvenuta ieri durante il Rally Mille Miglia mi ha profondamente colpito.
Da appassionato, ma soprattutto da organizzatore di rally, sento ancora più forte il bisogno di esprimere le mie più sincere condoglianze alla famiglia della vittima.
In questo momento il mio pensiero va anche all’equipaggio coinvolto, che si trova ad affrontare una situazione umana e psicologica drammatica, e a tutte le persone del Rally Mille Miglia. Conosco bene il lavoro, le responsabilità e le tensioni che accompagnano l’organizzazione di una gara. So quanto ogni organizzatore cerchi di fare tutto il possibile per garantire la sicurezza di concorrenti, commissari e pubblico.
Per questo voglio esprimere la mia piena solidarietà e vicinanza all’organizzazione del Rally Mille Miglia. In momenti come questo, prima di qualsiasi considerazione tecnica, vengono le persone e il dolore.
Ma proprio perché organizzo rally e vivo questo mondo da vicino, sento anche il dovere di dire una cosa con grande chiarezza.
La sicurezza non può essere soltanto un compito dell’organizzatore. È una responsabilità che dobbiamo condividere tutti.
Io so quanto lavoro ci sia dietro una prova speciale, sopralluoghi, piani di sicurezza, commissari, protezioni, transenne, comunicazioni, ordinanze e procedure. E so anche quanto sia frustrante vedere, a volte, spettatori che non rispettano le indicazioni, che si spostano oltre le delimitazioni o che cercano deliberatamente il punto più pericoloso per ottenere una fotografia o un video spettacolare.
Lo dico senza voler puntare il dito contro nessuno, ma perché non possiamo continuare a pensare che la sicurezza sia sempre e soltanto responsabilità di qualcun altro.
Quando siamo a bordo strada, la prima responsabilità è nostra.
Se un commissario ci dice di spostarci, dobbiamo farlo.
Se una zona è vietata, non dobbiamo entrarci.
Se la posizione che abbiamo scelto ci sembra pericolosa, dobbiamo avere il buon senso di cambiare posto.
Non esiste una foto, un video o un passaggio visto da pochi metri che valga una vita.
Il rally è uno sport meraviglioso proprio perché regala emozioni che difficilmente si possono raccontare. Ma quelle emozioni devono essere vissute con rispetto e consapevolezza.
Da organizzatore so bene che non esiste una sicurezza assoluta. Possiamo e dobbiamo fare tutto ciò che è nelle nostre possibilità per ridurre i rischi. Ma una parte fondamentale della sicurezza dipende anche dal comportamento di chi viene a vedere una gara.
Per questo oggi, oltre al dolore, sento il bisogno di fare un appello a tutti gli appassionati: aiutateci a rendere il rally più sicuro.
Non mettetevi in pericolo. Non mettete in difficoltà chi è chiamato a garantire la vostra sicurezza. E non costringete un pilota, un commissario o un organizzatore a portarsi addosso per tutta la vita il peso di una tragedia.
Oggi il mio pensiero va alla famiglia di chi ha perso la vita, all’equipaggio coinvolto e a tutta la grande famiglia del Rally Mille Miglia.
Da organizzatore di rally, vi sono vicino.
E da appassionato, vi chiedo una cosa semplice: quando siete a bordo strada, prima di pensare alla foto perfetta, pensate a tornare a casa.”
Sono parole che condividiamo e dalle quali vogliamo partire per allargare ulteriormente la riflessione.
La sicurezza appartiene a tutti
È necessario precisarlo con grande chiarezza: queste parole non possono e non devono essere utilizzate per stabilire responsabilità rispetto agli incidenti accaduti in questo tragico weekend.
Non spetta a noi stabilire dove si trovassero le vittime, se quella posizione fosse consentita, se tutte le procedure siano state rispettate o quale concatenazione di eventi abbia determinato ciascuna tragedia.
Saranno le autorità e gli organismi competenti, laddove necessario, a ricostruire quanto accaduto.
Trasformare oggi un appello generale alla sicurezza in un’accusa verso chi ha perso la vita sarebbe profondamente ingiusto. La riflessione deve essere un’altra.
Tutti dobbiamo fare la nostra parte. Sempre.
Un organizzatore deve continuare a domandarsi se esiste un punto che può essere protetto meglio.
Un commissario deve avere gli strumenti e l’autorevolezza per far rispettare una zona vietata.
Una federazione deve continuare ad aggiornare norme e procedure sulla base dell’esperienza e dell’evoluzione delle competizioni.
Un pilota deve poter affrontare una prova sapendo che, nei limiti del possibile, il pubblico è posizionato in sicurezza.
E uno spettatore deve comprendere che quel nastro, quella transenna, quell’ordine impartito da un commissario non sono un fastidio che gli impedisce di vedere meglio la gara.
Sono lì perché qualcuno ha valutato un rischio.
Il rally non è uno spettacolo dentro uno stadio. Una vettura può perdere il controllo nel punto nel quale nessuno se lo aspetta. Può rompere una componente meccanica. Può rimbalzare dopo un impatto. Può prendere una traiettoria che sulla carta sembrava impossibile.
Per questo anche una posizione apparentemente sicura può non esserlo.
E per questo il buon senso deve aggiungersi alle regole.
Nessuna immagine vale una vita
C’è poi un fenomeno sul quale tutto il nostro ambiente dovrebbe interrogarsi.Viviamo nell’epoca dello smartphone, dei social network, della ricerca dell’immagine più spettacolare.
Avvicinarsi di qualche metro sembra rendere il video più bello. Restare dove gli altri si spostano può permettere di realizzare un’inquadratura diversa. Un passaggio ripreso a pochi centimetri può generare migliaia di visualizzazioni. Ma bisogna tornare a dare alle cose il loro giusto valore.
Nessuna fotografia vale una vita.
Nessun reel vale una vita.
Nessun video da migliaia di visualizzazioni vale il rischio di non tornare a casa.
E forse anche noi che raccontiamo il motorsport abbiamo una responsabilità. Dobbiamo stare attenti a non trasformare l’incoscienza in spettacolo. A non esaltare immagini nelle quali il rischio assunto dallo spettatore diventa parte dell’attrazione. A spiegare soprattutto ai più giovani che essere appassionati non significa cercare il punto più vicino alla macchina. Significa innanzitutto rispettare questo sport.
Difendere il motorsport significa renderlo ancora più sicuro
Qualcuno, dopo un weekend come questo, dirà inevitabilmente che le corse sono troppo pericolose. Noi non condividiamo questa conclusione. Amiamo questo sport e sappiamo quanto sia cambiato, quanto lavoro venga fatto e quanta attenzione venga dedicata alla sicurezza. Ma amare il motorsport non significa difenderlo ad ogni costo o rifiutare qualsiasi riflessione. È vero il contrario.
Se amiamo questo sport dobbiamo avere il coraggio di interrogarci ogni volta che qualcosa va storto.
Senza processi sommari. Senza cercare un colpevole sui social pochi minuti dopo un incidente. Senza mettere alla gogna un pilota, un organizzatore, un commissario o uno spettatore prima ancora di conoscere i fatti. Ma anche senza girarci dall’altra parte. Ogni incidente deve lasciare qualcosa. Ogni criticità individuata deve diventare esperienza. Ogni errore, quando viene accertato, deve servire affinché non venga ripetuto. Perché dietro ogni procedura di sicurezza non c’è della burocrazia. C’è una vita che qualcuno sta cercando di proteggere.
Oggi però vengono prima le persone
Ci sarà tempo per analizzare. Ci sarà tempo per capire. Ci sarà tempo, se necessario, per correggere. Oggi restano soprattutto quattro vite che non ci sono più. Restano quattro famiglie distrutte. Restano gli amici. Restano gli equipaggi coinvolti in incidenti che porteranno inevitabilmente dentro di loro. Restano organizzatori e commissari che hanno visto trasformarsi in tragedia giornate alle quali avevano lavorato per mesi. E resta una grande comunità, quella del motorsport italiano, che in questo weekend si sente improvvisamente molto più fragile. Da parte di tutta la redazione di Rally Time, il pensiero e le più sentite condoglianze vanno alle famiglie delle quattro vittime e a tutte le persone coinvolte in queste tragedie. Alle organizzazioni del Rally 1000 Miglia, del Rally Val d’Aveto e della Monte Erice va la nostra vicinanza. Così come agli equipaggi, ai commissari, ai soccorritori e a tutti coloro che hanno vissuto in prima persona ore che difficilmente potranno dimenticare. Domani torneremo probabilmente a parlare di rally, tempi, prove speciali, vittorie e campionati. È il nostro sport. È la nostra passione. Ma sarebbe imperdonabile se da un weekend così terribile non portassimo con noi almeno un insegnamento.
La sicurezza non è responsabilità di qualcuno. È responsabilità di tutti.
E quando la prossima volta saremo dietro un nastro, accanto a un commissario, lungo una prova speciale o sul ciglio di una strada ad aspettare il rombo di una macchina, ricordiamoci quelle semplici parole:
prima della fotografia, prima del video, prima dello spettacolo, viene una sola cosa: tornare tutti a casa.
